la strada e il suo negativo

febbraio 3, 2010

[questa foto mi ha scattato domenica 31 gennaio a Milano]

milano non è una città diversa. è particolare, o meglio ci lavora sul.
capita che, col blocco del traffico, prendi la macchina fotografica e ti butti in strada.
milano non è una città diversa e domenica non faceva eccezione. con le vie libere dal solito flusso vitale, percorri arterie, scorri in vene e ti infili in capillari che pensi a breve anneriranno se quella secca continuasse. la città però non muore e sopravvive per tutto il pomeriggio: diversamente da un organismo vivente, meglio di un organismo vivente, infatti può fare a meno di quel flusso perchè il suo vero nutrimento le viene da altrove.

è dagli edifici perenni, dalle rivendicazioni stradali, dalle possibilità che l’architettura cittadina concede (o soltanto lascia immaginare) che l’urbano trae il suo sostentamento, sbattendosene di persone e automobili che invece sanno solo succhiarne il grigio, e mai nulla danno indietro.
la città dunque non muore e tu non sai cosa fotografare: i viali vuoti dicono solo che nient’altro che non sia macchinico può riempirli e le famigliole, per paradosso, invece invadono le viuzze e le strette che potrebbero percorrere in qualsiasi altro giorno.

la città però ha in sè anche la soluzione a questo: aiutata dal cielo terso si riflette in quest’ultimo ed è nel rispecchiamento che la vedi. dimentico delle strade vuote, guardi in alto e, socchiudendo giusto un pò le palpebre, un’altra strada, ma uguale e contraria, prende forma: il cielo da percorrere, con i modesti profili degli edifici (nulli nella vastità dell’universo) a delimitarlo eroicamente.
allora riprendi la macchina fotografica e fissi questo contrasto. la strada in negativo, e la città celeste di cui fa parte, è più onesta: dà solo, dà sempre, e al massimo causa solo il blocco degli osservatori che in via fiori oscuri cercano di impressionarla su di una scheda di memoria digitale.

rgf


nel flusso

ottobre 28, 2009

l’amore ha le cadenze della morte e l’umano è escluso da questo privilegio.

nel video girato da Ace Orton (rilasciato nel 2007 per il lancio del singolo stand-alone “Flux” pubblicato dai Bloc Party) giganteschi mostri kaiju e robot danno Vita (ma subito deflagrandola, senza pietà) ad un balletto che poco o nulla ha a che vedere con il tiratissimo elettro-beat, riverberato da echi metallici, a cui si è convertita la band londinese. la città diventa il luogo dove morte e amore, distruzione e riconfigurazione del tessuto urbano hanno in fondo la stessa funzione. la stessa identica leggerezza.

l’immagine-simbolo della metropoli assediata, nata e cresciuta solo in funzione della performance post-atomica, porta con sé echi del video di “Intergalactic” dei Beastie Boys: in “Flux”, tuttavia, siamo dalle parti della storia d’amore vissuta nella sua primigenia crudeltà e spietatezza. i modelli usati per lo shooting e l’intervento dei performer del Kaiju Studio di Boston (cosplayer statunitensi che fanno il verso alle pellicole fantascientifiche della cultura pop nipponica) mettono in scena la violenza del sentimento, rendendolo però struggente nell’immagine del ‘suicidio’ finale del robot rivale che questa violenza ce la restituisce filtrata, innocua, assumendola cristologicamente tutta su di sé.

sullo sfondo, le piroette di queste gigantesche creature, generate da mutazioni genetiche ma in realtà figlie indesiderate dell’incubo atomico del ’45:  incuranti di carri armati e caccia aerei, fanno da coreografia al triangolo amoroso e allo stesso tempo devastano la scena. l’umano è assente (tutt’al più inscatolato dentro veicoli militari, o imbragato in costumi da mostri antropomorfi…) e lascia alle macchine scoprire le Conseguenze dell’amore; il robot si lascia mestamente bombardare perché lei ‘flirta’ con un altro; i sentimenti vengono esternati, pur se sotto forma di raggi laser – e un po’ vorremmo che tutti i giorni accadesse anche a noi.

i Bloc Party cantano – e sui display dei robot metallici scorrono – queste parole: “we are hoping for some romance / all we found was some despair…”. e detto da degli automi forse ci dà ancora speranza. o forse no, e quello che va in scena è solo il nostro destino e non ci accorgiamo che l’uomo non c’è semplicemente perché è stato sostituito dalla macchina. il merito non è di un ‘microchip emozionale’: siamo noi, al contrario, ad essere diventanti insensibili. habitué del Flusso uniforme in cui da tempo galleggiamo.

 rgf