nel flusso

ottobre 28, 2009

l’amore ha le cadenze della morte e l’umano è escluso da questo privilegio.

nel video girato da Ace Orton (rilasciato nel 2007 per il lancio del singolo stand-alone “Flux” pubblicato dai Bloc Party) giganteschi mostri kaiju e robot danno Vita (ma subito deflagrandola, senza pietà) ad un balletto che poco o nulla ha a che vedere con il tiratissimo elettro-beat, riverberato da echi metallici, a cui si è convertita la band londinese. la città diventa il luogo dove morte e amore, distruzione e riconfigurazione del tessuto urbano hanno in fondo la stessa funzione. la stessa identica leggerezza.

l’immagine-simbolo della metropoli assediata, nata e cresciuta solo in funzione della performance post-atomica, porta con sé echi del video di “Intergalactic” dei Beastie Boys: in “Flux”, tuttavia, siamo dalle parti della storia d’amore vissuta nella sua primigenia crudeltà e spietatezza. i modelli usati per lo shooting e l’intervento dei performer del Kaiju Studio di Boston (cosplayer statunitensi che fanno il verso alle pellicole fantascientifiche della cultura pop nipponica) mettono in scena la violenza del sentimento, rendendolo però struggente nell’immagine del ‘suicidio’ finale del robot rivale che questa violenza ce la restituisce filtrata, innocua, assumendola cristologicamente tutta su di sé.

sullo sfondo, le piroette di queste gigantesche creature, generate da mutazioni genetiche ma in realtà figlie indesiderate dell’incubo atomico del ’45:  incuranti di carri armati e caccia aerei, fanno da coreografia al triangolo amoroso e allo stesso tempo devastano la scena. l’umano è assente (tutt’al più inscatolato dentro veicoli militari, o imbragato in costumi da mostri antropomorfi…) e lascia alle macchine scoprire le Conseguenze dell’amore; il robot si lascia mestamente bombardare perché lei ‘flirta’ con un altro; i sentimenti vengono esternati, pur se sotto forma di raggi laser – e un po’ vorremmo che tutti i giorni accadesse anche a noi.

i Bloc Party cantano – e sui display dei robot metallici scorrono – queste parole: “we are hoping for some romance / all we found was some despair…”. e detto da degli automi forse ci dà ancora speranza. o forse no, e quello che va in scena è solo il nostro destino e non ci accorgiamo che l’uomo non c’è semplicemente perché è stato sostituito dalla macchina. il merito non è di un ‘microchip emozionale’: siamo noi, al contrario, ad essere diventanti insensibili. habitué del Flusso uniforme in cui da tempo galleggiamo.

 rgf