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Galleria sragionata degli incipit delle mie storie

OnWritingOn

Comincio così tante volte che raramente ricordo quando, e soprattutto cosa, sto finendo.
È nel brivido che si prova nell’imprimere sul foglio il primo tratto, e da quello veder dipanarsi tutta una Città di linee che cresce verticale, implacabile verso il soffitto stellato della stanza, che stà la maledizione della scrittura. E’ una sorta di incantesimo che non si scioglie mai e, anzi, ti spinge a cedere sempre più alle sue lusinghe, sperimentarne i confini (ammesso che esistano) e gli abissi più profondi che promette di lasciarti conoscere. E’ la forza ammaliatrice che sussurra ti aprirà la dimensione del possibile.
E lo fa.

E’ un patto scellerato quello che chi scrive stringe con la scrittura. Più viscerale di quello che lega l’autore a chi legge. Un patto, si. Che si perpetua ogni maledetta volta, ma come fosse ancora la prima. Ancora. (Ed ancora! Viziosi che siamo, noi scribacchini). Fascinazione ambigua quella di scoprire a fondo la dimensione poietica e l’influsso magico (taumaturgico, malefico, semplicemente ipnotico) della parola impressa sulla pagina bianca. E’ sangue (nostro), quello: denso, nero e vero. Che scorra copioso, ci troviamo a desiderare in quelle lunghe serate estive in cui proprio non riusciamo… Scorre nero e copioso già nelle nostre vene. E poi, un attimo dopo, è lì davanti a noi, chiazza informe e poi mille rivoli che s’intersecano tra di loro.
Lo assaggiamo sulla punta delle dita. E’ sangue (nostro), quello.

Patto di sangue, dunque. “Prometto di scriverti”, di scrivere te e darti Vita, finanche di trasfigurare me stesso, se sarà necessario. Ma non è mai necessario: la fascinazione è inclusa nel pacchetto e lo sappiamo sin dall’inizio. Diventiamo Hyde non perchè non ci piaccia essere Henry Jekyll, ma perchè vogliamo essere ANCHE Edward Hyde. E saltare malignamente quà e là per le strade della nostra Londra più privata, aggredendo la Vita per il solo gusto di farlo, sperimentare l’ebbrezza dell’essere Altro, del semplice provare a diventarlo. E ancora: diventare Rodion Romanovich Raskolnikov e alla fine tenere il segreto tutto per noi; avere il coraggio a Molly di dire che voglia di tornare a casa, stasera, non ne avremo; capire ciò che Charles Dexter Ward ha davvero visto nella sua folle e misericordiosa degenerazione; o anche solo avere un briciolo della ferma presa di posizione del barone Cosimo Piovasco di Rondò. Quando scaviamo in questo passato che ancora non abbiamo avuto, siamo già al di là  del bene e del male. Siamo là dove non serve scegliere, ma solo scriverne.
No, Hyde non c’entra: Stevenson aveva capito tutto e ci ha messo davanti ad uno specchio rendendoci spettatori e protagonisti del gioco di riflessi della letteratura.

Promessa, romantica e meno ‘civile’ di un patto. Sempre lei, la scrittura. Intima, quella della pagina nuova e intonsa che ci invita ad essere i primi a coglierla. Noi, non altri. Ora, non quando. Promessa di mondi ancora di là da vivere o forse da venire. Invito cortese e, ma sì, con quel pizzico di malizia necessario al viaggio con lei. Soli. Perchè ci bastiamo da soli senza mai bastarci reciprocamente. Poi, chissà dove arriveremo: ma lo faremo assieme e, dovunque sarà la nostra fine, ci arriveremo mano nella mano. Io seguendo i tuoi spazi, le tue rientranze, le tue necessità, i tuoi tempi; tu, le mie necesssità, i miei sogni, i miei modi, i miei tempi. E prima ancora di cominciare il viaggio, quella emozione che solo tu mi dai “e anche poco di quella nostalgia impotente / che quando non ci sei / vuole l’impossibile / e subito  fra un istante’*. Timore e tremore. Tremare e tramare. Tramare perchè ci piace essere doppi, falsamente trasparenti, schifosamente veri quando raccontiamo.

Quando racconto. Io racconto. Ogni vita merita un romanzo, mi piace credere. Impossibile, quasi titanico da fare: ma perchè cazzo son qui allora? Perchè ho cominciato nonostante tutto?
No, troppo superbo… Io non racconto. Io comincio. E dunque, sia. (Ri)cominciare.
“Lettore, è tempo che la tua sballottata navigazione trovi un approdo”**. Una delle (quasi) chiuse più belle della storia della letteratura.
Per me è stata un incipit. L’incipit.

Comincio così tante volte, l’ho già detto. Comincio così tante volte che, delle volte, finisco anche. Finisco sempre li.
(E mi si perdoni cotanta citazione, ma) la fine è il mio inizio.

*“Soltanto non” (Erich Fried, ‘È quel che è’, Giulio Einaudi, 1999 – Poeta austriaco, 1921-1988)
** Italo Calvino, ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’, p. 297, Oscar Mondadori.

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