imāgo

Alla ricerca dell’Alterità, di visioni o-scene e di Mondi così vicini ma ancora di là da vivere…

edge-way
Imāgo: è la morte della vita e la vita della morte.
Nell’antichità ‘imāgo’ era la maschera funeraria tratta dal calco in cera fatto ai cadaveri e che poi veniva custodita da un magistrato durante la cerimonia funebre e, in seguito, da amici e parenti del defunto. Replica (imperfetta) della vita, antidoto (imperfetto) contro la morte. Nell’etimologia della parola ‘immagine’ è inscritto il suo potere e il suo stesso limite. Quel qualcosa che sfugge e sempre fuggirà il tratto a matita, la didascalia, lo scatto fotografico per lasciar di sé solamente il calco di ciò che è stato, o che almeno abbiam creduto di aver visto.

L’immagine è lo spettro che torna e facciamo tornare sul luogo del ‘delitto’, dello scatto, dello scarto tra vita reale e la sua riproduzione tecnica. La fotografia, ultimo esito nella rincorsa della cultura Occidentale all’eternificazione dell’attimo, è solo l’ultimo capitolo di una ‘storia dello sguardo’, appendice necessaria di quella della morte. La morte, in fondo è anch’essa un attimo (l’Attimo), scatto prima dello scarto esistenziale: è immagine, prima di tutto. L’immagine ob-scena che non si vuole venga vista da noi ma si vorrebbe relegata fuori dal palcoscenico della rappresentazione, nascosta e imbarazzante, al pari di tante altre visioni che nascoste allo sguardo perdono anche quel’ultimo afflato di vita che le lega alla loro forma originaria per diventare spettri e pura visione, ma mai visione ‘pura’. Quando vediamo, però, è impossibile non-vedere. Quando non vediamo, non riusciremmo comunque a non-vedere. La visione e l’immagine che a noi ne deriva sono nel nostro destino. Il vedere intreccia un indissolubile legame con la natura stessa della vita e della morte. Perverso e complicato è il nostro amore per l’immagine. Una relazione biunivoca: andata e ritorno, sporca e irrimediabile. Guardare non è mai un atto privo di ‘conseguenze’, sia per chi è soggetto di quell’istantanea che per l’oggetto designato da quello sguardo. Essere guardati non può non lasciare residui: sia in chi viene ‘oggettivizzato’ che nell’esploratore curioso di quel riflesso momentaneo ed irripetibile.

Conseguenze, ferite, segni, cambiamento: la visione non è mai ‘atto puro’, ma sempre im-puro. Non esiste mai un grado zero dello sguardo, o uno scrutare innocuo. Ogni nostro sguardo porta sempre con sé violenza, consapevolezza e audacia. E l’immagine designata che ‘fissiamo’ in quel momento non è mai esisitita ab-soluta da qualunque legame ma è per noi già finzione e frutto di un reciproco scambio. Fermiamo l’immagine per un nostro intimo bisogno e questa si ferma, arrestando il proprio tempo, proprio per vincere su di lui, stop-parlo e diventare eterna. Roland Barthes*, vedeva nella fotografia tre momenti: fare (Operator), subire (Spectator) e guardare (il cui referente è lo Spectrum): anche lui credeva fermamente nella morte quale ‘intenzione ultima della fotografia’, ovvero diventare immagine, l’ultima immagine, riducendo sempre, o tendendovi disperatamente in modo asintotico, la distanza fra Soggetto ed Oggetto dell’osservazione.

Maledetto sguardo: uccide la vita, la freeza e le dona la mausoleica staticità della morte; preserva la vita, la inserisce nel flusso dei ricordi e le conferisce l’eterno movimento dell’invisibile, di cui quell’istantanea conserva sempre, tra le pieghe, il ricordo. Il calco. Perché è là in mezzo, in quegli interstizi che raggiungiamo e arriviamo a percepire cosa c’è oltre la sfera del mero visibile. Lo sguardo non è solo nella nostra retina, ma nel suo punto di arrivo, dovunque esso si posi e fecondi l’oggetto della sua passione. Il visibile diventa vivibile e ancora una volta corre e flirta con la morte, scambiandosi ruoli come in una sinuosa danza dove il vorticare non permette più di riconoscere l’uno o l’altro partner. Questo è il trionfo della visione e la sua alterità, il doppio speculare che ammalia ed inganna: è ancora la vita o è già oltre/altra da essa?

E allora via all’accumulazione di immagini ed istantanee di istanti istantanei che subito dimenticheremo ed alla frenetica ricerca dell’attimo in un carpe diem dell’obbiettivo e della lente in cui però quello che manca per mettere a fuoco il senso ultimo della vita è proprio l’obbiettivo, il fine del nostro voler fissare per l’eternità l’oggetto contingente del nostro interesse, ovvero del nostro ‘esse inter’ le cose. Non perdersi nulla, ma accastare tutto in hard disk della coscienza e dalla capacità che sfiora i limiti del divino (o che li trascende in modo blasfemo tramite supporti esterni) e dell’umanamente visibile, ammesso che ci sia ancora qualcosa davvero da vedere, ‘yet to come’.

In questa ipertrofia di immagini mi sento a disagio, pratico il disinteresse e vado alla ricerca del MIO di momento. Che non ho mai trovato, non so neanche se esista e se, qualora lo dovessi mai trovare non so se riuscirei mai a ‘fissarlo’. Paura. Perché è solo un momento per capire e cogliere quel momento. Più modestamente (e davvero con l’umiltà di chi sa di essere in grado solo di capire a volte senza riuscire mai veramente a vedere) continuo a cercare, conscio che forse un giorno lo vedrò e forse avrò la fortuna anche di disegnarlo, scriverne o ‘impressionarlo’ sul mio supporto preferito: me stesso. Il rischio è quello di non esserne cosciente e di non accorgermene, fra tanti GB di attimi tra i quali cerchiamo la nostra rassicurazione. Anche io, forse, lo rilegherò in una delle tante sottocartelle dell’anima, sperando però, in un sussulto di lucidità di sapere almeno che quello scatto l’ho fatto, esiste, c’é. E allora riprendere a cercarlo, scorgendo quella ‘piccola morte’ a 72 dpi  fra tanta vita. Ricerca ed errore: questa è per me ‘immagine’…
[In un’epoca in cui tutti vogliono essere decalcomania-ci del volto funebre per la fottuta smania di voler ave(de)re tutto. Perchè forse davvero vedremo tutto, ma presto non ricorderemo più niente.]

*Si veda, a proposito del critico e saggista francese, “La camera chiara”.

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