cronosismi

Soggettive impossibili, distorsioni temporali, periferie fisiche e mentali

Brazil (Terry Gilliam, UK, 1985)

(Epilogo, 1n m3d14s r3s…)
Il tempo è la nostra malattia.
Persistente ossimoro, il tempo è il nostro pharmakon (gr. φάρμακον): intrinsecamente veleno, necessariamente cura. Miliardi di esistenze trascorse a scongiurarlo, cercare una soluzione. E ricondurne il flusso ad una linearità comprensibile e rassicurante, rientrando nel Flusso. Accontentarsi dell’eterno “ritocco dell’uguale”, senza soluzione di continuità, senza soluzioni. Senza speranza.

Poi ci sono i cronosismi*.
Terremoti, non semplici alterazioni: eruzioni più o meno coscienti della temporalità corrente; eiaculazioni mai precoci, sempre ritardate, mai cercate; salti impo(a)ssibili all’interno di un canovaccio prefissato, Gioco senza fini/e, Città che nascono e muoiono nel raggio di un quando? e periferie che brulicano e proliferano negli angoli di una pagina. Riconfigurazioni casuali – ma non causali – del testo, che accadono senza necessità, ma solo perché chi scrive le necessita.

Io voglio produrre cronosismi. Correre e ripercorrere – mettendomi sui miei stessi passi, ma senza mai ritrovare due volte le orme che prima (davvero!… un attimo fa!) ho lasciato – il nastro di Möbius**. Creare l’anomalia nel testo narrativo, unificare le tre ‘estasi’ temporali in una e poi sceglierle tutte e tre mentre mi racconto. Mentre mi in-futuro e non sono ancora passato; mentre passo ma sto ancora diventando. Voglio (provare a) cercare non il Sistema, la Strada o il Senso: bensì l’errore, il crash casuale ed imprevisto, il labirinto, dismettendo qualsiasi senso. Scritti volutamente in piccolo, in ossequio alla fine delle grandi narr-azioni e all’ammirazione per il gesto inutile ed invisibile che, proprio per questo, ha ancora in “sé genio, potere e magia” (Goethe) per riuscire a penetrare tra le maglie della matrice. O, ancora, per provarci.

Chi scrive non ha mai avuto paura di non coincidere col tempo, ma gioca e corre con lui, aspettandolo e facendosi aspettare, in un continuo inseguirsi ma senza mai raggiungersi e de-finirsi (>amore).
Mi sento fuori dal tempo.
E trovo molta più verità nel Tempo che s’inganna e collassa ripiegato su di sé, come un qualsiasi scrittore che si consuma la vista e le mani ad intrecciare destini, che tempo da dedicare alla Verità. “La verità vi renderà liberi!” (‘Brazil’, Terry Gilliam – UK, 1985) ma il tempo ci renderà Libri, ed io voglio essere Io, e non qui e non ora, per poterli raccontare. Fedele alla Linea, non ad una linea (retta).
Perché questa linearità dell’esistente è solo il vecchio racconto di un destino; il rischio insito invece nel cronosisma è il destino del mio raccontare.

Io [Vedere il Mondo da soggettive impossibili, non improbabili. Ancora: raccontare la vita mentre sto dormendo, perché è da distesi che si vede il cielo. Frequentare il sotto-testo, la periferia, decentralizzando altrove il punto di osservazione: non è solo il Centro che c’entra. Non per me.]

Qualcuno ha detto che siamo il trionfo dell’unità. Bene. Buon per loro.
Io, certo, qui non sarò il fallimento della molteplicità.
(Prologo)
Il tempo è la nostra malattia.
Il cronosisma, la sua cura. Dolorosamente reversibile.
.loop in ,seguito di così , E

*Secondo Kurt Vonnegut, che ha inventato e romanzato la definizione, si tratta di un terremoto (timequake), un improvviso difetto verificatosi nel continuum spazio-temporale che costringe tutto e tutti a ripetere ciò che si era fatto nel decennio precedente, buono o cattivo che fosse (cr. Kurt Vonnegut, ‘Cronosisma’, 1997).
**A proposito del ‘Nastro di Möbius’, si veda la relativa voce su Wikipedia.

 

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