Ragazzo(tenebra). Una storia illuminata

dicembre 7, 2009

[le luci notturne disegnano una mappa dei desideri. prima che tu ti fermi a leggerla, è già tempo di andare: perché poi il bagliore scompare e a illuminare la notte rimani solo tu. lucintermittentitenebre]

Ragazzo(tenebra). Una storia illuminata

18:28.

– Secondo binario a destra dopo l’incrocio. Oltrepassi il treno fermo alla rotonda e poi dritto: è il suo Regionale!

Ringraziò il capostazione, che intanto svaniva nel nulla, e subito con lo sguardo si mise a studiare il tragitto.

Era solo.

A destra e a sinistra correvano solo le rotaie che dopo qualche centinaio di metri si perdevano nel buio. Che fosse il velo di quella rigida serata invernale a nascondergli l’arzigogolo di strade che animavano una piccola ed anonima stazione di paese? Era quello comunque l’ultimo dei suoi pensieri mentre, con i pugni ben chiusi in tasca e il volto affondato nella sciarpa di lana, lanciava delle distratte occhiate da una parte e dall’altra. Forse per il freddo. Forse perché non gli interessava davvero.

“Sono al punto mediano di una strada che, in uno dei due sensi, potrebbe condurmi dove desidero…”, pensò. Erano le 18:30 e la temperatura si stava abbassando. Con le mani infreddolite nella tasca del giubbotto quello che, agli occhi di un extraterrestre che si fosse trovato erroneamente a passare per quello sperduto borgo del varesotto e l’avesse visto dall’alto poteva sembrare un semaforo (ma senza le luci), tirò un sospiro distratto scompigliandosi il ciuffo di capelli che gli cadeva sulla fronte.

Luce rossa. (“…Dov’è che desidero?!”).

La giornata a lavoro non era stata particolarmente faticosa e non era certo un po’ di freddo ad angosciarlo, abituato com’era alle escursioni nella neve ed alle battute di caccia notturne che lentamente spopolavano il suo Appennino. No, non era quello. E non era neanche quello strano presentimento per cui le stazioni del Nord Italia fossero tante isole di luce delimitate da lampioni color arancio, una miriade di punti luminosi sulla pianura Padana (vista ancora dalla prospettiva privilegiata del nostro alieno che chiaramente non aveva niente di meglio da fare), congiunti da tratti di strada ferrata che si potevano solamente immaginare in quell’oscurità.

No. Era che, dopo il suo primo giorno di lavoro e l’aspettativa infranta, da che mondo è Mondo, che questo nuovo pezzo di mondo non era così diverso dal suo Mondo, cercava il suo treno ma non aveva idea però di dove volesse andare.

Il suono della campanella e l’abbassarsi delle sbarre del passaggio a livello sconvolsero una quiete che nell’isola ferroviaria di Gazzada, secondo alcuni esperti, si sarebbe potuta tranquillamente far risalire ad un periodo a cavallo tra il Mesozoico e il Trenitalico. Alzò lo sguardo da terra, abbandonando la classica posa shoe-gaze da bassista intimista riempipista che lo contraddistingueva e vide sfrecciare davanti a sé il capostazione che, fischietto alla bocca, lacerò il silenzio preistorico di cui sopra con fischi acuti e ritmati.

(continua)

rgf

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di grigio e di azzurro

ottobre 14, 2009

[il colore che ha una mamma, il mondo spiega(zza)to da chi a malapena può spiegare a sé stesso. ed una metropolitana che, per quanti sforzi facciamo, non passa davvero mai. come la vita]

Di grigio e di azzurro

(Racconto nostalgico d’attesa, bicolore)

Quando l’aspetto io, la metropolitana non passa mai.
In realtà, non ci sono mai salito su. A voler essere proprio precisi, non ne ho neanche mai vista una.

*

Ho quarantuno anni e da circa trentotto ho capito che il mondo è fatto a scale mobili. Gente che sale, gente che scende. Tutti di corsa. Io questa cosa all’inizio non l’avevo notata, così quando da bambino con la mia mamma scendevamo giù in quei giganteschi cunicoli non capivo perché tutti corressero: spinto a destra e sinistra, ogni volta finivo per perdere la sua mano e la sua sagoma spariva, inghiottita dalla folla. Se c’è una cosa che ricordo di lei, a distanza di tanti anni, è il suo profumo, di grigio e di azzurro, che la folata di vento di quella vettura portava via con sé. Arrivato giù, non trovavo mai nessuno: le panchine erano sempre vuote, nessun rumore di questa fantomatica Metro e di mia madre neanche l’ombra (profumo a parte). Allora mi sedevo ed aspettavo. Dopo un po’ me ne tornavo in superficie attendendo con ansia le sei, l’ora in cui mia madre tornava dal lavoro. E alle sei in punto, quando sentivo sotto di me il boato crescente e il marciapiede che cominciava a tremare capivo che era lei. È andata avanti così per alcuni anni: non ho mai frequentato asili e anche alle elementari mi facevano assentare spesso.
Passavo le mie giornate chiedendomi dove venisse inghiottita tutta quella gente ed aspettando la mamma.
Un giorno lei non è tornata. Ho aspettato fino alle nove, ma la gente che usciva non era lei. Correvano tutti e nessuno diceva di conoscerla. Son tornato di sotto e come al solito c’ero solo io, a parte qualcuno che risaliva venendo da chissà dove. Mi sono seduto su una panchina e, quando ho notato che neanche il suo profumo c’era più, ho pianto.

(continua)

rgf